PABLO DOCIMO

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NYC: deputato in metro.

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Da Midtown a Ground Zero è un bel pezzo di strada, stretta e lunga Manhattan non ti lascia altra via che la subway, Yellow one, vengo trascinato dal fiume, mi siedo, per un giorno mi sento newyorkese e mi metto a leggere il NYT lasciandomi il “Corriere” e il “Sole” sulle ginocchia. “You italian, sir?”, smaglio un sorriso di circostanza “Yes, of course..” aspettandomi la solita triade spaghetti, mafia e “washin’ hands” (un modo come un altro per dirti che sei un italiano “leccato” ) ma lui insiste e mi dice in un inglese forbito da poco slang e molti master al nord, “May I ask for something I really cannot understand, sir?”, certamente, faccio io, dica pure. Il mio zelante vicino di sedile, ben vestito, camicia bianca BB, cravatta italiana e scarpe inglesi si presenta e mi dice di essere un deputato del congresso e mi fa anche vedere il suo “congress id” e mi dice con orgoglio di avere una cattedra a Princeton ma, confesso, non capisco di cosa ma capisco essere una materia connessa con la politica estera. Io già trattengo lo stupore, neanche con me stesso vorrei fare la parte dell’esterofilo che sputa sul proprio paese quando vede come sono gli altri, però bhé, il fatto è che avevo un deputato che stava prendendo la metropolitana per andare a fare il suo lavoro, incontri elettorali, pranzi, comizi, etc. in piena campagna per l’elezione del sindaco di NY e non potevo non stupirmi! Da noi, un semplice governatore va per trans con l’auto di servizio e non posso non notare la differenza. Pensavo (e tacevo per pudore) queste cose e lui, maledetto, incalza: “sto seguendo con grande interesse il processo evolutivo della democrazia italiana, ormai in atto da oltre 15 anni” – azz, me la prende larga e circostanziata e penso, ora arriva la botta – e lui continua ” è stato meraviglioso come siate riusciti, dopo le vicende di corruzione dei partiti, dopo le stragi della mafia e dopo che un premier è stato costretto a scappare in tunisia, a trovare l’orgoglio e la forza di difendere la vostra democrazia rinnovando radicalmente il vostro sistema di rappresentanza”. Wow, me lo ricordo benissimo quel periodo, che entusiasmo; ripercorro con la mente tutte le tappe e le iniziative in cui io stesso mi davo da fare per cercare di contribuire nel mio piccolo a quello che pensavo dovesse essere un cambiamento epocale, storico. Intanto siamo arrivati, City Hall, proseguiamo la chiacchierata in uno Starbucks non lontano da Wall Street, parliamo della crisi, delle difficoltà dell’americano medio che a NY arriva a pagare anche 3.500 $ per un bilocale, delle banche che non sostengono più né imprese né famiglie, insomma, “mali comuni di un sistema socio economico che ancora non riesce a mettere l’individuo al centro”, mi dice. Ma poi, non si dimentica e continua la sua argomentazione: “ma poi, dico, da noi Murdoch non avrebbe mai potuto diventare Presidente, non senza aver rinunciato a tutto intendo. Ma onestamente, continua, non è soltanto questo, per esempio oggi che abbiamo assistito con grande favore alla nascita di un Partito Democratico, che ha già cambiato il suo leader dopo poco più di un anno e che, semplicemente perché il nuovo leader non è gradito a parte del partito, mezzo partito se ne va via e dall’altra parte, poi.” Dio mio, penso, ma questo oggi perché vuole infierire così, mi sento un po offeso ma non riesco a trovare argomentazioni a difesa, provo a dire che la cultura cattolica è molto forte in italia e che, forse, la parte “uscita” dal partito non ha sentito adeguatamente rappresentati i valori…ma non regge, mi zittisce subito e mi dice “ ma che vuol dire? Un partito è un partito non una chiesa e anche e se prende un orientamento un po diverso dal nostro e lo fa a maggioranza per volontà degli iscritti, uno non può prendere e andare via, addirittura dall’altra parte, poi!” Zitto, rimango zitto. Poi annuisco. Lui, capisce il mio imbarazzo, si scusa e mi dice che però l’Italia è splendida, un clima meraviglioso, si mangia bene e gli italiani sono brava gente. Si va bhé ho capito, rimango scuro in volto, dovrei parlare di troppe cose, come faccio? Non posso, lui mi saluta che deve andare ad incontrare il segretario del partito che era anche lui a NY e lo aspettava per una riunione; Tim Kaine, faccio io, alludendo al segretario Democratico.
No, I’m Repubblican, fa lui! have a nice day…
Bye bye Italia, penso io.

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macchina del tempo

IMG_0591Stavolta tocca a me e, finalmente partirò per le mie ferie domani. Mi piace partire quando tutti tornano e quando lì dove vai non c’è la calca di ferragosto. Lo ammetto, sono fortunato perchè posso scegliere. In ogni caso in queste settimane di agosto romano ho mantenuto fede alla mia vecchia abitudine di andare a prendermi un po di sole al Gambrinus di Ostia. Il Gambrinus non è semplicemente “uno stabilimento” ma è una vera e propria macchina del tempo che ci ricorda in ogni momento da dove veniamo e chi siamo. E’ un posto fermo agli anni sessanta, con le sue cabine bianche e azzurre, le sue signore ingioiellate che cercano un po d’ombra sotto il tetto delle loro cabine, i bambini con i secchielli e le nonne con pane e frittata per i nipotini. Non fraintendete, è un buon posto, frequentato da gente normale ma la caratteristica che ne fa un posto unico è che è rimasto immune alle mode. Non c’è musica!!! Niente “happy hour” e niente ombrelloni impagliati con cuscinoni stile hammam ma solo i suoi ombrelloni blu, rigorosamente distanziati per garantire un po di privacy, i suoi lettini, il suo mitico bagnino che grida “regazzì, sta bbono che te fai male…”. In un mondo nel quale l’aperitivo ha sostituito qualunque altra forma di conoscenza, in cui il “come mi vesto stasera” e “dove vado a fare l’alba” sembrano ormai essere le sole motivazioni del vivere, trovare una magica macchina del tempo che ci ricorda chi siamo…non è poco.

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D’Alema in forma

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Devo dire mi è sembrato un D’Alema in forma quello della recente intervista a Belpietro su Panorama. Preludio, forse, ad una stagione politca densa di cambiamenti positivi, speriamo, nel prossimo futuro del partito democratico e della politica italiana.
In bocca al lupo Massimo…

Intervista di Maurizio Belpietro – Panorama

Silvio Berlusconi, il ministro GiulioTremonti, la politica economica e quella estera del governo: Massimo D’Alema attacca a tutto campo. Ma soprattutto disegna il Partito democratico che sogna dopo il congresso. Senza Dario Franceschini.

Per anni l’ho chiamato Baffino, Leader Massimo, Spezzaferro, Max il Gelido, Dalemix, Dalemone quando voleva inciuciare con Silvio Berlusconi, Minimo D’Alema quando l’hanno messo da parte nel suo stesso partito. In tutto fanno una mezza dozzina di soprannomi. Di alcuni sono responsabile per intero con i colleghi del Giornale, che ogni giorno dovevano inventarsi un modo per chiamare il leader della sinistra senza ripetersi. Di altri la paternità è dei suoi compagni di militanza. Amici o ex amici, anzi quasi sempre ex, di partito. Di certo nessuno dei leader politici italiani ha mai avuto una sfilza così lunga di nomignoli. Non Craxi, che pure dalla stampa non era amato e che infatti si vide appiccicare l’epiteto di Cinghialone, copyright Antonio Di Pietro. Non Andreotti, che come Bettino era il bersaglio dei cronisti, chiamato Belzebù o Divo Giulio.

Il primato per numero di soprannomi a suo modo segnala dunque una certa grandezza di Massimo D’Alema, ex segretario dei Ds, ex presidente del Consiglio, ex ministro degli Esteri e, soprattutto, ex candidato alla presidenza della Repubblica, trombato all’ultimo, quando già intravedeva il Colle, dai nemici ma forse anche dagli amici. Ma pur essendo un ex di molte cose, di sicuro D’Alema non è l’ex uomo forte della sinistra, o almeno del maggior partito della sinistra. A lui ancora fanno capo molti funzionari e dirigenti del Pd. È lui il portatore d’acqua, anzi di voti, e quanti lo vedremo presto, di Pier Luigi Bersani. Lui che tira le fila di questa difficile battaglia congressuale del Partito democratico che si concluderà, con l’elezione del nuovo segretario, il 25 ottobre.

«Onorevole, vogliamo partire da qui?» gli chiedo nella sua stanza di presidente di Italianieuropei, la fondazione che vuole indicare la via riformista alla politica. Ma D’Alema, offrendomi dei cristalli di cannella e zenzero, una dolcezza brasiliana che infiamma il palato, preferisce prenderla alla larga. «Meglio la crisi, è più preoccupante» dice con l’aria rilassata di uno che pensa di avere già vinto. E quindi dalla crisi partiamo.

Cosa la preoccupa?

Constatare quanto poco sembra preoccuparsi il governo e forse anche una parte dell’opinione pubblica. Non mi riferisco solo a una crisi estremamente profonda, che fa di noi, insieme alla Germania e al Giappone, uno dei tre paesi più colpiti al mondo. C’è qualcosa di più: questa crisi ha accelerato i cambiamenti degli equilibri mondiali. Per circa 60 anni l’Italia ha fatto parte del gruppo di paesi che erano detentori della ricchezza mondiale, ma ora sta cambiando radicalmente lo scenario. E il nostro Paese, come la quasi totalità di quelli europei, si ritroverà in pochi anni non più tra i numeri uno.

Lei vaticina un’Italia in zona retrocessione.

Rischia di finire tra il 15° e il 20° posto. In ogni caso in discesa. E non sono io a dirlo, ma le previsioni di diversi istituti internazionali. La nostra classe dirigente sembra più preoccupata di vedere in quale università straniera mandare i propri figli invece che di cercare una soluzione. Evidentemente c’è una borghesia italiana che pensa di poter sopravvivere al declino del Paese. Come se una parte di italiani pensasse di poter avere un destino separato da quello dell’Italia. Qui la crisi non è solo del sistema politico, che è evidentissima, ma anche della classe dirigente più in generale.

Per lei ovviamente è tutta colpa dell’attuale governo.

No. Io considero Silvio Berlusconi una manifestazione del declino del Paese. Rappresenta questa situazione, più che esserne responsabile. È una situazione che viene da lontano, ma impressiona l’assenza di una risposta, di una strategia forte. L’attuale governo si muove con l’idea che prima o poi la crisi passerà. È Giulio Tremonti l’ispiratore più robusto di questo atteggiamento. Il suo motto è sopravvivere fino a quando le cose non si rimetteranno a posto.

Lei accusa il governo di tirare a campare, l’opposizione mi pare invece che stenti a campare.

L’appannarsi del più grande partito d’opposizione fa sì che questa strategia del galleggiamento possa apparire come l’unica possibile. Non è in campo un’alternativa forte, questo è il problema serio del Pd.

Perché?

Per il modo in cui si è sviluppato questo progetto. Il problema principale è stato tagliare i ponti con una tradizione piuttosto che costruire un’alternativa credibile. Si è pensato che il problema fosse quello di combattere contro i partiti da cui il Pd proviene, contro le loro tradizioni e una parte dei loro dirigenti, anziché quello di costruire il nuovo partito in rapporto al Paese e alle sue esigenze. Anche il meccanismo congressuale è pensato come se esistessimo solo noi: una gigantesca conta interna, che avviene in due fasi e produce una stagnazione lunga mesi. Un danno per il Paese.

Com’è possibile che gli eredi di partiti organizzati non abbiano trovato uno statuto adeguato? Dov’eravate quando lo si approvava?

Beh, io mi occupavo della politica estera del Paese, non c’ero fisicamente. E poi è prevalsa un’idea di partito leaderistico, dove conta di più il leader che gli iscritti. Una scelta rispettabile dal punto di vista politico-culturale, ma sbagliata. Su quel terreno c’è un modello ineguagliabile: Berlusconi. Un modello costruito con ben altri mezzi e con una struttura molto potente. Noi invece abbiamo indebolito l’unica struttura che avevamo: il partito.

Perché Pier Luigi Bersani dovrebbe riuscire dove ha fallito Walter Veltroni?

Bersani propone un cambiamento di rotta, quanto mai necessaria per un partito che in 20 mesi ha collezionato sconfitte così gravi. Trovo molto più ardito chi invece dice: andiamo avanti come se nulla fosse.

Le leggo una frase di Dario Franceschini: «Chissà perché ogni volta che Massimo dice qualcosa ci si chiede dov’è la fregatura». Perché ce l’ha con lei?

Non lo so, dovrebbe chiederlo a lui. Franceschini io l’ho portato al governo del Paese, come sottosegretario con l’incarico di occuparsi delle riforme costituzionali. Sono dispiaciuto per questa continua polemica di carattere personale. Il segretario ha voluto caratterizzare la sua candidatura innanzitutto contro quelli che c’erano prima e il risultato paradossale è che tutti quelli di prima lo sostengono, salvo il sottoscritto. Questo, ripensandoci, fa ritenere che ci si rivolgesse contro una sola persona.

Si è chiesto perché tutti gli ex stanno dall’altra parte?

Normalmente, sostenere il segretario fa parte della tradizione. Quasi tutto quello che io chiamo con molto rispetto l’apparato centrale è schierato dalla parte di Franceschini. È un risultato curioso per chi si è presentato come massima espressione del nuovo contro il vecchio.

Il congresso del Pd mi sembra uno dei più aspri che io ricordi nella storia della sinistra.

Dove? Io non vedo tutta quest’asprezza.

Lei dice che in queste divisioni non c’è nulla di personale: neanche con Veltroni?

Non ho nulla contro Veltroni.

Vi combattete da 15 anni…

Non è vero. Abbiamo intensamente collaborato per lunghi periodi. Quando sono diventato segretario del partito, la prima cosa che ho fatto è stata quella di proporre Veltroni per affiancare Romano Prodi.

Voleva levarselo di torno…

No, era un riconoscimento del suo ruolo. Così come quando andai a Palazzo Chigi lo proposi segretario del partito. E anche quello non era obbligatorio. E pure quando lo sollecitai a candidarsi alla segreteria del Pd e l’ho votato. Vorrei io avere dei nemici così. Abbiamo avuto anche momenti di divergenze e di confronto, ma per ragioni politiche, non personali.

Con il senno di poi fu uno sbaglio proporre a Veltroni la guida del Pd?

Era la scelta giusta in quel momento. Sono dispiaciuto perché non ha ottenuto i risultati sperati. Ha avuto un’opportunità e l’ha usata male. Ma le critiche con il senno di poi non valgono nulla.

(Squilla il telefono. «Aaah, Ignazio… sono impegnato in un’intervista. Ti richiamo io». Si scusa: «Era Ignazio Marino»).

Era proprio l’Ignazio a cui stavo pensando… Ha visto la storia delle note spese di Pittsburgh? «Libero» dice che c’è il suo zampino anche in questa vicenda. La descrivono come il regista di ogni complotto.

Come può notare, la vittima del complotto è un mio carissimo amico e ci sentiamo spesso. Se hanno il coraggio di scriverlo apertamente, li denuncerò e mi risarciranno.

Con i giornalisti ha un rapporto difficile.

Ottimo. Ma con quelli per bene.

Quand’era presidente del Consiglio li definì iene dattilografe.

Quella citazione era uno scherzo: «Iene dattilografe al servizio dell’imperialismo». Era una citazione di Stalin. I giornalisti colti e intelligenti capiscono e ridono. Gli altri no. Ma non è colpa mia.

Franceschini vuole gli immobili dei Ds.

So che è stata creata una fondazione che detiene gli immobili a garanzia del debito nostro che non abbiamo caricato sulle spalle del Pd. Protagonista di questa decisione fu Piero Fassino. Se Franceschini vuole contestare la decisione, ne parlino fra loro. E se vuole il patrimonio, si prenda anche i debiti.

Dicono che lei voglia candidare Pier Ferdinando Casini come futuro premier, ripetendo l’esperienza dell’Ulivo, ma con Casini al posto di Prodi.

In un momento così serio della storia d’Italia, il dibattito politico imperniato sul pettegolezzo e le malignità è un segnale preoccupante. Non ci sono altri paesi ridotti in questo modo.

Ma all’alleanza con Casini ci pensa?

Certamente. Un centrosinistra serio, rinnovato e credibile deve riunire le forze che oggi sono all’opposizione. Ritengo che si dovrebbe cambiare la legge elettorale con un sistema di tipo tedesco, che consenta a ciascun partito di presentarsi con il suo profilo, evitando le ammucchiate elettorali che hanno caratterizzato il bipolarismo italiano in modo non positivo, spingendo, col premio di maggioranza, ad alleanze che o sono incoerenti o esaltano il peso delle forze minori. Basta vedere cosa sta succedendo con la Lega: determina le scelte del governo pur avendo un rispettabilissimo, ma insufficiente, 10 per cento dei voti. È un effetto paradossale che avveniva anche con il governo di centrosinistra.

E chi fa il candidato premier della coalizione?

Il problema per ora non si pone. In Germania normalmente diventa capo del governo il candidato del partito che raccoglie più voti. Se dovesse permanere l’attuale sistema basato sulle coalizioni, credo che il candidato dovrebbe essere scelto con primarie aperte all’interno della coalizione. Tuttavia ritengo rischioso un sistema come l’attuale, ovvero una forma di presidenzialismo di fatto. Siamo un Paese anomalo: abbiamo una democrazia parlamentare ma la gente vota per il capo del governo.

Però nel passato lei era per l’elezione diretta del premier.

Ero favorevole in particolare all’elezione diretta del presidente della Repubblica.

Questa è una sua intervista al «Corriere della sera» di 10 anni fa: dice che ci vuole l’elezione del premier.

Altri tempi. Inseguendo il mito dell’elezione diretta del governo abbiamo perduto persino il diritto a eleggere il Parlamento. Nei sistemi presidenziali vi sono parlamenti autorevoli che bilanciano il potere del presidente, come negli Stati Uniti. Da noi invece uno vota la lista Berlusconi e Berlusconi nomina chi vuole. Così abbiamo deputati che sono accompagnatori del capo. Un parlamentare eletto in questo modo che autonomia può avere?

Nel 1997 candidò Antonio Di Pietro nel Mugello in quota Ds, creando il più pericoloso concorrente del Pd. Pentito?

Di Pietro è una personalità politica. Fu Berlusconi a proporgli di fare il ministro dell’Interno nel 1994. Poi Prodi nel 1996 lo nominò ministro dei Lavori pubblici. Io sono arrivato terzo. Di Pietro si dimise perché fu oggetto di indagini giudiziarie. Io, che sono un sincero garantista più di quanto lo sia lui, gli fui vicino e poi gli proposi di candidarsi alle elezioni.

Con il senno di poi fu un errore o no associarlo al centrosinistra? Non mi dica che pensa che l’Idv sia di sinistra.

È un’epoca di strani cambiamenti. Cos’era la Lega?

Lei disse che era una costola della sinistra.

No, del movimento operaio, ed era un’analisi giustissima. Adesso che gli operai votano Lega lo dicono tutti, io l’ho detto 15 anni fa.

E l’Italia dei valori?

È un movimento che esprime una sorta di populismo democratico. Se il populismo di Berlusconi va al governo, non può mettere fuorilegge quello di Di Pietro. A me il populismo non piace, però è un dato della realtà con cui bisogna fare i conti, frutto anche di una crisi della politica tradizionale. Io penso che sia bene che il movimento di Di Pietro resti in una dimensione contenuta, perché se dovesse prendere la leadership dell’opposizione renderebbe impossibile un’alternativa. Finora ha guadagnato spazio anche grazie alle incertezze e alle difficoltà del Pd, ma dopo il congresso mi auguro che lo spazio si riduca. Ovviamente ci vuole un progetto.

E cosa ci sta dentro questo progetto?

La crisi mette in evidenza tre questioni di fondo. Una è quella della democrazia e delle istituzioni, non solo del rafforzamento delle istituzioni nazionali ma di un governo democratico della globalizzazione dopo il fallimento dell’idea che il mercato possa regolamentare se stesso. Il secondo tema è quello di una maggiore eguaglianza sociale, perché la ricchezza è ripartita in modo ineguale. L’ultimo rapporto dell’Ocse sulla crescita è impressionante: negli ultimi vent’anni le disuguaglianze sociali sono aumentate a dismisura, in particolare fra chi vive del proprio lavoro e chi percepisce rendite finanziarie. In Italia poi questo fenomeno è enfatizzato dall’evasione fiscale, testimoniato dalle dichiarazioni dei redditi degli italiani. Questa distribuzione della ricchezza è una delle ragioni della caduta dei consumi. Tanto è vero che Barack Obama ha detto che bisogna ridurre le tasse alle classi medie e aumentare le tasse ai più ricchi.

Lei vuole fare lo stesso?

Innanzitutto ridurrei le tasse a chi guadagna poco. Il governo invece ha fatto il contrario: ha ridotto le tasse ai più ricchi. L’Ici sulle case di lusso è l’esempio di una tendenza. Cosa vuole fare di più a favore della speculazione finanziaria se non dire a uno che ha portato 100 milioni di euro fuori dall’Italia che se riporta i soldi in patria avrà un prelievo dell’1 per cento, mentre un imprenditore normale ci paga il 50 per cento di tasse? Questo è lo scudo fiscale. Come le appare questo dal punto di vista di una politica per l’equità fiscale? Io trovo che l’aliquota dello scudo fiscale sia scandalosa. Si doveva fare un accordo europeo con un’aliquota ragionevolmente superiore.

E il terzo punto del progetto del Pd?

C’è stato un grave deficit di innovazione in questi anni. Ritengo che la svalorizzazione del lavoro sia una delle ragioni della crisi, della caduta di produttività. E per questo bisogna spostare risorse su innovazione, ricerca e formazione. Questo governo ha aumentato la spesa corrente, tagliando gli investimenti, il sostegno a ricerca, scuola e università. In questo modo si pregiudica il futuro del Paese.

Il Pd deve ripartire da questi tre punti?

Certamente, anche se qui indico dei titoli, essendo un’intervista. Bisogna rilanciare con coraggio uno spirito riformista, a cominciare dalla riforma della politica, con una drastica riduzione del ceto politico, del numero di deputati, consiglieri regionali, provinciali, comunali.

Ci siamo tenuti a distanza dalla questione Berlusconi. È vero che quando sente il suo nome ancora si innervosisce? Non gli perdona il tiro mancino che le giocò con la Bicamerale.

Berlusconi ha commesso un grave errore. Non ha deluso me, ma danneggiato gli interessi fondamentali del Paese. Se avessimo portato a termine quell’accordo, avremmo avuto istituzioni più efficienti e soprattutto un passaggio a un bipolarismo più civile, la fine della demonizzazione reciproca, un male del nostro sistema bipolare, di cui Berlusconi non è soltanto vittima ma anche artefice.

Nessuna intesa è possibile con l’attuale centrodestra?

Auspico un’intesa per riformare la legge elettorale e cambiare la Costituzione. Qualche mese fa abbiamo discusso durante un convegno una proposta organica e l’abbiamo dibattuta con tutti. La Fondazione Italianieuropei promuove ricerca e dialogo fra tutte le componenti politiche e culturali. Abbiamo discusso di welfare con Maurizio Sacconi, di federalismo con Roberto Calderoli, di legge elettorale con Fabrizio Cicchitto e collaborato con Farefuturo, la fondazione del presidente Gianfranco Fini.

Tanto che si dice vi sia un asse Fini-D’Alema.

L’asse? Se uno va dietro tutte le cose che vengono dette…

Voterebbe Fini al Quirinale per evitare Berlusconi sul Colle?

Il Quirinale è ottimamente occupato in questo momento. Prima delle prossime elezioni del presidente della Repubblica ci saranno le politiche e la regola finora dice che chi governa le perde, regola realizzata costantemente in tutta la Seconda repubblica e io sono fiducioso che anche stavolta la regola verrà applicata, per cui… Detto questo, Fini fa il presidente della Camera in modo non fazioso e rispettando il suo ruolo istituzionale.

Lo preferisce a Berlusconi?

Fini è impegnato in una istituzione di garanzia e lo fa bene. Non ho mai visto Berlusconi in un ruolo di questo tipo, quindi non sono possibili raffronti. Lo vedo come presidente del Consiglio e secondo me lo fa piuttosto male.

Non c’è niente che riconosce al Cavaliere?

Ecco, il governo ha gestito bene il G8 e se fossimo un Paese ben ordinato l’opposizione avrebbe dovuto rendergliene atto con maggiore generosità. È stato un vertice allargato e questo è importante, ma l’impostazione è stata data dal governo precedente. Non solo, la presidenza italiana non avrebbe avuto successo se noi non avessimo pagato gli impegni presi al G8 di Genova. E li abbiamo onorati con un finanziamento straordinario di 1 miliardo. Insomma, noi abbiamo staccato un ticket perché Berlusconi potesse presiedere al meglio il G8 e ne sono contento. Ripeto, in un paese normale avremmo dovuto darcene atto a vicenda.

E la scossa di Bari? Gli scenari imprevedibili?

La trasmissione è andata in onda da Otranto, non da Bari. E io mi occupo di analisi politiche, non di retroscena giudiziari.

Sono anni che lei auspica, anzi prevede, la fine della stagione di Berlusconi…

Sì, penso sia una fase che volge al termine. E penso che sarà un finale agitato perché lui non è il tipo che passa la mano volentieri. Questo non significa che la destra in Italia non sia una grande forza. Penso che la destra abbia radici profonde nella storia del Paese. Ma certo la parabola della leadership berlusconiana è in fase discendente, anche se nessuno è in grado di prevedere la velocità di questa discesa.

Chi ne prenderà il posto secondo lei?

Diversi sono in pista.

Nomi?

Quelli noti: Fini, Tremonti. Poi ci sono quelli più strettamente legati all’entourage. Ma quando c’è un cambio non è mai uno della guardia pretoriana a prevalere, sono sempre personalità con maggiore indipendenza.

Lei sapeva dell’inchiesta di Bari?

Ho scoperto dopo che ero l’unico a non sapere. Al contrario il ministro Raffaele Fitto era informatissimo, ma poi mi hanno detto che a Bari lo sapevano tutti.

E quella frase che invitava il centrosinistra a prepararsi a governare?

Non ho parlato di governo, ma della necessità, per un’opposizione seria, di essere pronta ad affrontare momenti di instabilità e turbolenza politica. Al di là del gossip, che non mi interessa, non c’è dubbio che il tipo di situazione in cui si trova coinvolto il presidente del Consiglio indebolisca le istituzioni del Paese. Lo dico da testimone, da persona che gira parecchio il mondo.

Visto che gira il mondo, parliamo di cose estere. Ha senso restare in Afghanistan?

Non possiamo ridurre questo problema a una polemica strumentale interna alla politica italiana. Oltretutto, in questo modo si aggrava l’immagine già non molto positiva del nostro Paese. Bisogna discutere seriamente sull’Afghanistan nella sede dell’Onu e della Nato. Il vero problema è: quale strategia si ha per l’Afghanistan? Avevamo detto anni fa, essendo colpiti dagli insulti e accusati di essere amici dei terroristi, che serviva una via d’uscita politica che passa anche per il dialogo e una riconciliazione nazionale.

Ma il presidente Hamid Karzai è l’uomo adatto?

Io comincio ad avere dei dubbi sulla sua forza. È molto indebolito e pure lui sostiene come noi la necessità del dialogo con i talebani. Una soluzione militare non è la chiave per risolvere il problema. L’unica via è quella di rafforzare il regime democratico, la sua autonomia e autodifesa, e pacificare il paese attraverso il dialogo, isolando i terroristi di Al Qaeda. I bombardamenti indiscriminati hanno invece favorito i gruppi terroristici. Anche sul piano militare ci vuole una strategia militare coerente con l’obiettivo di isolare il terrorismo. Ma, senza strategia e anche un termine ragionevole per la missione, c’è il rischio che i singoli paesi comincino a sfilarsi a uno a uno, il che sarebbe un disastro per la comunità internazionale e per l’Alleanza atlantica.

Lei andò a braccetto in Libano con un esponente di Hezbollah. Lo rifarebbe?

È una delle operazioni di politica estera più importanti che abbia mai fatto il nostro Paese. Io svolsi un’intensissima opera di mediazione per cercare di fermare il conflitto, d’accordo con gli americani. A Beirut, quella mattina del 14 agosto, i bombardamenti erano cessati da un’ora e all’aeroporto trovai il ministro degli Esteri libanese che mi invitò, come segno di solidarietà, a visitare la città bombardata. Mi sembrò un atto giusto verso la popolazione civile. Vidi i morti e la gente che scavava tra le macerie. Fui avvicinato da un parlamentare libanese che mi prese sottobraccio, anche a scopo di protezione, non per andare a braccetto. La polemica nata in Italia aveva un livello di meschinità e povertà politica impressionante. Di cosa dovrei essere pentito? Di avere portato l’Italia a guidare per la prima volta nel dopoguerra una grande missione internazionale? Un ruolo di primo piano riconosciuto da tutti, mentre qui si affiggevano manifesti con «Dalemallah» amico dei terroristi. Una vergogna.

Però non v’è dubbio che Israele non la consideri un amico.

Io sono amico della pace e lavoro per gli interessi internazionali del nostro Paese. Le polemiche a cui si riferisce sono alimentate dall’interno del nostro Paese e non da parte israeliana. Sono molti, in Israele, a sapere che avere schierato l’Unifil alla frontiera con il Libano è stato un grande contributo alla sicurezza di Israele.

Chi silurò la sua candidatura alla presidenza della Repubblica?

In particolare credo che si opposero Casini e Fini. Ma vede che io non porto rancore, né verso Casini né verso Fini. Sono cose che capitano nella vita politica. Le dirò: è andata bene così. Al Quirinale c’è la persona giusta, Giorgio Napolitano. Io ho avuto modo di fare il ministro degli Esteri, un’esperienza bella e importante. I due mestieri più divertenti e appassionanti che mi è capitato di fare sono stati quelli di direttore dell’Unità e di ministro degli Esteri.

Tornerebbe a fare il presidente del Consiglio?

Non mi pare ora una prospettiva realistica, ma le assicuro che per il Paese non sarebbe un danno.

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Stanco: confessioni di un 42enne sulle donne

Sono stanco delle donne ancora bambine, sono stanco delle donne che ancora odiano il padre perchè non l’ha sposate, sono stanco delle donne in carriera, delle donne-rambo e di quelle col pisello, delle glaciali e impenetrabili, delle “io sono indipendente e non ho bisogno di nulla”, di quelle che fanno l’amore come in un film porno perchè così sono convinte di essere “fiche”, di quelle che hanno bisogno che tu le violenti pe rcapire se ti amano, sono stanco di quelle perizomate, di quelle dalle cento serie per i glutei e dei 500 addominali e sono stanco di quelle che hanno le foto del palestrato tatuato che gioca a beach volley e negano, sono stanco di quelle ipocrite che fingono amore e dedizione e ti fanno i conti in tasca, di quelle che “per me i soldi non contano” ma guai a non coprirle di regali, di quelle che non ti chiamano mai perchè così ti “tengono in tiro”, sono stanco delle donne che non sono fedeli, che hanno mille segreti, due numeri e mille sms da nascondere, sono stanco di quelle che hanno paura di fare un figlio e di quelle che ti amano alla follia e vogliono un figlio da te dopo una settimana, sono stanco delle donne che hanno bisogno “di un periodo”, del loro tempo e del loro spazio e che usano periodo, tempo e spazio per trombare con quello pescato su facebook, sono stanco di quelle che cambiano uomo come cambiano le calze e che sono innamorate di tutti, sono stanco delle donne che lasciano un uomo e dopo una settimana vivono a casa con un altro uomo e dopo un mese ti incontrano e ti dicono “ti amo, sei l’uomo della mia vita” e si meravigliano se conservi qualche dubbio, sono stanco di quelle incapaci di comprendere o di perdonare un comportamento, sono stanco delle donne che “mi dispiace ma non ci riesco” e di quelle che la mattina ti amano e la sera ti lasciano perchè hanno mal di stomaco, sono stanco delle donne che confondono l’innamoramento con l’amore e di quelle che l’amore “è troppo complicato”, sono stanco delle donne che pensano che amare sia “dove andiamo stasera?” e di quelle che hanno paura di parlare, di quelle che “che palle con queste analisi” sono stanco di quelle che ancora si fanno le canne e di quelle che bevono a canna, sono stanco delle donne griffate, sono stanco delle donne impegnate che fanno lo sguardo languido, di quelle che mancano di rispetto a se stesse, sono stanco delle donne ricce che si stirano e di quelle lisce che si ricciano,sono stanco delle bugie, delle ipocrisie, della mancanza di coraggio e dell’incapacità di amare.
Sono stanco di tutto ciò che non è vero.
E pensare che sarebbe tutto così semplice: un uomo, una donna, l’amore, la vita.

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La politica ha ancora dato troppo poco al mio Paese

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Basterebbe guardare questa foto per decidere di non votare Partito Democratico: candidati, messaggi e immagine tutto completamente fuori fuoco e, diciamolo pure, sbagliato. Già perdente. Non mi è mai accaduto prima di soffrire così tanto una decisione di voto, di non essere affatto convinto del consenso da assicurare, del partito cui dare la mia fiducia. Chi mi conosce sa bene che, al contrario, nei miei impegni poilitici, nelle campagne elettorali, nelle notti elettorali e non solo, sono sempre stato tra coloro che hanno convinto deicine, forse centinaia di persone indecise prima di un voto. La politica mi appassiona da sempre, da quando al liceo con i giovani repubblicani tentavo di creare un’alleanza che andasse dal PCI ai verdi, una sorta di “alleanza democratica”, la stessa che prese vita poi nel 1993, all’indomani della campagna elettorale per Rutelli sindaco. Io sono sempre stato in linea, nei comitati elettorali, nei partiti, nello staff di un Premier a parlare, a convinciere, a lavorare alacremente per un Paese migliore, per un partito nuovo, per una visione moderna e alta della politica. I fatti sono sempre stati molto crudeli con il mio modo di vedere la politica, forse, troppo romantica, troppo “sentita”. Ho 42 anni e la politica anima la mia vita ormai da 27 anni ma, onestamente, i sorrisi, le soddisfazioni, i risultati sono stati assai pochi. Il Paese è peggiorato e di molto, la cultura di centro sinistra, cara vecchia socialdemocrazia, praticamente morta, la cultura politca tout court sembra morta. Quando naque il PD (sembra un secolo fa) avevo tante speranze, ci ho creduto come molti. Sognavo un PD che sapesse avviare un processo di cerniera storica tra il vecchio e il nuovo, tra storia passata e futura, tra chi aveva già potuto esprimere le proprie istanze e aveva contribuito al progresso del paese nei trascorsi quaranta anni e chi avrebbe dovuto farlo per il futuro. Speravo in un processo di evoluzione gestito con responsabilità per garantire rapidamente, con determinazione, sostegno e convinzione quella “evoluzione” politica necessaria al Paese. Quello che avrei voluto si potesse concretizzare era la costruzione di un Partito Democratico moderno ed europeo che sapesse esprimere per merito e capacità una classe dirigente nuova che sapesse dare visione, progettualità e concretezza ai valori della socialdemocrazia, della sinistra riformista, in Italia e non solo. Temevo una classe dirigente arroccata sulle proprie posizioni conservatrici ma ho sperato in un Partito Democratico espressione reale del meglio della società, politica e civile, un luogo dove non fossero vecchi o giovani-vecchi funzionari a determinarne il cammino, ma dove quel cammino avesse potuto avere una visione ampia e alta: la Politica, quella dei De Gasperi, dei Berlinguer, dei Moro, dei La Malfa. Ero convinto che questo “nuovo” progetto potesse vedere attivi i protagonisti migliori del nostro Paese, le menti migliori, le intelligenze migliori proprio per poter rappresentare e realizzare al meglio il più grande processo storico della sinistra riformista nel nostro paese. Vedevo un cammino epocale, vitale, storico. Vedevo, speravo e auspicavo tutto questo e molto altro ancora ma ho visto soltanto una classicchia di funzionari di partito o di giovani arrivisti senza qualità e senza cultura, li ho visti disorientati, affannati e, onestamente, per nulla all’altezza dello storico compito che stavano per intraprendere. Di tutto questo sono deluso, stanco e deluso. E per la prima volta nella mia vita non sono sicuro del mio voto e oggi, a 48 ore dal voto, non so ancora se voterò e chi voterò. Non voglio rafforzare con il mio voto una classe dirigente che dovrebbe soltanto andare a casa e, al massimo, andare a fare il consigliere di circoscrizione o l’assessore in un piccolo paese di provincia e non certamente guidare un grande partito verso la guida del paese. Oggi, darei il mio voto alla lista Pannella, dopodomani…ancora non lo so.

Ho dato dato tanta parte della mia vita alla politica ma la politica ha dato veramente troppo poco al mio Paese.

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Lavoro in corso

Giuro, ci provo e mi scuso quei pochi che mi leggono… fase caotica e un piccolo sacrificio ho dovuto farlo a danno di questo piccolo blog. Ma riprenderò….

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Silenzio, solidarietà e concretezza

Sono molto legato a l’abruzzo e alla zona mostrosuamente colpita da questa tragedia. Ha collegato sempre la mia vita, per un verso o per l’altro dal paese di origine della mia ragazza storica alla casa di montagna della mia prima fidanzatina da adolescente, alle cene al “giardino d’abruzzo”, o al lavoro che mi ha visto pendolare quando ero in Telecom direttore della scuola di formazione Reiss Romoli, oggi QG della protezione civile. Fino a pochissimi mesi fa, quando per una nuova idea che era venuta a me e ad un altro paio di amici eravamo andati a parlare e a visitare l’accademia dell’immagine de l’Aquila. Ne approfittai, come spesso ho fatto nella mia vita quando si trattava di abruzzo, per trattenermi qualche giorno in più e scelsi la splendida Villa Dragonetti a Paganica, oggi completamente rasa al suolo. Verso sera, nonostante il freddo, m’incamminavo a l’aquila per un apertitivo con una coppia di amici in piazza del duomo e una cena proprio sotto la basilica di san bernardino in via sassa. Oggi è tutto distrutto, i miei amici fortunatamente sono salvi ma le loro case crollate impietosamente. Quello che colpisce nel dolore di una tragedia così immane è la compostezza e la dignità del popolo abruzzese che tante, troppe volte è stato colpito da drammi profondi, dai terremoti alla guerra. L’importante ora è ricostruire la città e ridare al suo popolo la sua storia e la sua cultura, con solidarietà, concretezza e rispetto. Molto altro non riesco a dire in un momento in cui le emozioni prendono il sopravvento sulle parole. Per questo, credo, il silenzio è il dono migliore che con i fatti si possa fare.

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Un Paese senza scuola è un Paese senza anima

p4090431aku2Prendo spunto dal dibattito sulla scuola per dire due parole su un argomento a me particolarmente caro. Lo faccio, per aver creduto di cambiare le cose, per aver creduto che fosse possibile farlo in un periodo del mio percorso personale nel quale ebbi la responsabilità di partecipare ad un processo di cambiamento. Lo faccio, perché con grande umiltà, da cittadino, soffro del dramma di una nazione che ormai da decenni vive senza più un’anima. Purtroppo da più parti emerge un approccio troppo strumentale e assai più motivato da una sorta di “rancore ideologico” che porta sempre alla polemica verso il cosiddetto movimento del ’68, come se questo fosse il fulcro del problema ovvero ancora, come se il problema fossero i voti, la disciplina, le uniformi, la matematica. Forse, questi, sono solo parti di un problema. mi chiedo dove sia l’anima, dov’è la visione e l’ambizione storica, dov’è il senso dello Stato? Le risposte che emergono dai vari dibattiti appaiono sempre più scoraggianti.
Negli anni in cui mi sono occupato di questo – e non da politico – ho potuto rendermi conto di quanto il vero problema non fosse tanto la scuola in sé, quanto l’intero processo del percorso di apprendimento e formazione dell’individuo. Un processo che dovrebbe non solo assicurare le nozioni e i saperi utili al nostro accrescimento culturale prima e di inserimento professionale poi, ma che deve saper diffondere anche il senso dello Stato e della cittadinanza.
Ma il valore dello Stato deve sapersi esprimere in ogni banco di scuola, in ogni edificio pubblico.
Quando parliamo dello sviluppo di un sistema educativo nel nostro Paese, lo dobbiamo fare con consapevolezza ed umiltà, tenendo la bussola orientata a contenuti, progetti e obiettivi e superando qualsiasi steccato ideologico. La riforma del sistema dell’istruzione e della formazione andrebbe considerata in un’accezione più ampia che comprenda anche il complesso di riforme istituzionali e costituzionali che, su vari fronti, devono interessare il nostro Paese o ancora, il ricambio della classe dirigente, la legalità ed il senso civico, etc.
Soltanto allora il valore dello Stato potrà esistere ed essere presente sin dai banchi di scuola.
Il vero problema è, quindi, quello di riuscire a ottenere un sistema educativo che non insegua il cambiamento ma, al contrario, lo anticipi.
In realtà nei trenta anni trascorsi abbiamo avuto numerosi tentativi di miglioramento, alcuni sbagliati altri più giusti ma tutti mancavano di ambizione storica e troppo spesso sono stati uno strumento politico, contestuale e senza visione. Ci siamo trovati in una situazione paradossale nella quale le risposte che le Istituzioni hanno saputo dare ai cambiamenti sono state spesso astratte rispetto al cammino che la società aveva intrapreso. Non possiamo, anche qui, prescindere da quello che è accaduto nel nostro Paese negli ultimi venti anni dove, come una maturazione darwiniana o un istinto di sopravvivenza, mentre un’intera classe dirigente politica stava rinnovandosi, cambiandosi e preoccupandosi di rispondere a un cittadino scontento ed esigente, un’intera società civile si stava muovendo nelle scuole, nelle aziende, nelle università, nel mondo della cultura per garantire con il proprio contributo un livello di attenzione e una capacità di cambiamento alti e coerenti con le esigenze di qualificazione della conoscenza in una società in continuo mutamento. Tutto questo dovrebbe servire a garantire e a costruire maggiore capacità, maggiori e migliori saperi, maggiore competitività e certezza nel lavoro e nell’impresa. Lo studente di oggi è il cittadino di domani, un cittadino che esprimerà la propria coscienza civica, le proprie capacità, il proprio lavoro, in relazione al livello qualitativo della scuola che ha avuto e che lo Stato ha saputo garantire lui. Nella scuola, oltre ai grembiuli, le sfide che dobbiamo raccogliere non sono poche e non sono semplici, ma non riuscire a vincerle ci costerebbe un altissimo prezzo. I cittadini devono poter credere nelle possibilità e nelle opportunità di una società che cambia e lo Stato deve investire nella costruzione di tali opportunità. A cominciare dalla Scuola. Dovremmo passare dal considerare la Scuola come semplice atto di trasmissione e acquisizione di nozioni, o peggio uno strumento di sola polemica politica ad un’accezione della Scuola che sappia esprime un’idea, una visione, un’anima. Non c’è visione e non c’è anima nella classe politica di oggi ed il sistema educativo appartiene al Paese e non a questa o quella maggioranza di Governo.

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Dante’s Inferno

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(La Repubblica ) FIRENZE – Dante irrompe nell’Inferno in preda alla rabbia. I muscoli tesi, la croce rossa cucita sul petto e per le mani la falce rubata alla morte. Ha superato la soglia dell’aldilà per riprendersi la moglie toltagli con l’inganno. Beatrice, stanca di aspettarlo mentre lui era via a combattere in Terra Santa, si è fatta sedurre da Lucifero che l’ha poi assassinata per rapire la sua anima. Ma non aveva fatto i conti con il sommo poeta. Ed è così che inizia questa storia digitale di passione, violenza e vendetta.  Dante’s Inferno, prodotto da un colosso del calibro della Electronic Arts, è infatti un videogame. Un videogame ambizioso, per non dire azzardato, che vedrà la luce fra un anno. (continua..)

Devo dire che l’idea è carina e mi incuriosice non poco. Mi chiedo se fosse vissuto oggi, Dante cosa avrebbe fatto? Un film, un videogame, un libro, un serial su Fox Tv? Forse, più semplicemente avrebbe taciuto…

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Elogio dell’intelligenza

house-md-hugh-laurie-dr-gregory-house-14813Confesso, per House ho una passione smodata. Si tratta a mio modo vedere di passione per l’intelligenza, quella vera, quella sul campo, quella in azione. Per troppo tempo abbiamo confuso bravura con buonismo, intelligenza con affabilità; non è così. L’intelligente e il brillante è misantropo, è antipatico, è cinico ed è tutto questo perchè conosce gli uomini, conosce le cose che li muovono, conosce i loro limiti e per questo li supera, prima e meglio degli altri. Ma quindi non è un uomo? Al contario, forse, lo è più degli altri ma non si sente migliore e per questo lo è. Essere buoni non significa essere giusti e, tra le due, l’uomo intelligente sceglie sempre la giustizia e non la bontà. La bontà, che categoria è? Possiamo dire di un uomo buono che è anche brillante, intelligente, intuitivo? Difficile. Sono proprio le doti dell’intelligente che lo portano ad essere disprezzato, isolato, contestato, additato. Mentre, oggi, servirebbero più uomini intelligenti che buoni, più uomini che sanno “andare contro” e percorrere la via dei giusti e non ricercare in modo irresponsabile la via del consenso, del piacere al popolo. Al contrario, nella nostra società ci si adegua al desiderio dei molti e lo si assurge a valore nobile, incontestabile ma tutti sappiamo che, molto spesso, non è così. Tutti vorrebero in realtà anteporre l’interesse proprio a quello dei molti ma tanti “interessi propri” non fanno l’interesse comune, al contrario molto spesso è l’esatto contrario. In sostanza, l’uomo intelligente è un uomo solo e lo è quanto più arriva prima degli altri alle soluzioni. Personalmente, sono convinto che bisognerebbe tornare ad elogiare l’intelligenza anche quando questa ci infastidisce quanto più esalta i nostri limiti. Intelligenza è progetto, è intuito, è volontà e, in fondo, che cos’è il progresso se non l’avverarsi dei progetti, delle utopie, delle volontà?

Ridateci uomini antipatici ma intelligenti. Ci salvano la vita!

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