Vecchia politica, soliti limiti e rischio di estinzione
Vedevo stamattina una Roma invasa di manifesti di “propaganda” politica della CGIL che recitavano press’a poco cosi: “Loro evadono e tu paghi 3.000 euro”. E pensavo che la semplificazione di concetti e processi complessi in chiave propagandistica non mi è piaciuta ma non solo per ragioni di stile, se di stile si può parlare oggi in politica, ma soprattutto perchè il metodo delle contrapposizioni sociali non porta lontano, al contrario, ci porta indietro di 40 anni quando il mondo era un altro. Parte del sindacato questo si ostina a non vederlo e a non comprenderlo, del tutto concetrato sulla conservazione del (sempre meno) esistente, piuttosto che sulla comprensione e l’anticipazione di ciò che è e sarà il complesso mondo del lavoro, lo stato sociale, l’impianto fiscale, etc. Continuare a propagandare il “noi e loro”, infatti, non può che sclerotizzare in un arroccamento e in un aggravamento delle distanza politiche tra “l’offerta” politica e l’effettiva domanda di rappresentanza che viene dal cittadino, lavoratore, elettore. Non è così, la realtà non è che esite un “loro” fatto di un popolo di evasori a cui si contrappone un “noi” di brave persone che pagano le loro malefatte. Rappresentare una realtà in questo modo è dire il falso. Il mondo del lavoro di oggi è assai complesso ed eterogeneo e anche questa politica che si ostina a contrappore il mondo dei professionisti, dei commercianti e dei piccoli imprenditori a quello dei lavoratori dipendenti è la politica che ha moltiplicato la distanza tra i cittadini, lavoratori, elettori dalla sinistra. Perchè il mondo del lavoro è cambiato, è assai diverso da trent’anni fa per fortuna e non saper comprendere e anticipare le tendenze sociali è un limite cui il sindacato deve far fronte se non vuole estinguersi.
Riccardo Muti
Il Maestro Muti, che piaccia o meno, è certamemnte uno di quegli italiani che hanno dato lustro al nostro Paese nel mondo. Lui, nell’arte come i Rubbia, i Modigliani, la Montalcini e molti altri nei più svariati campi. Forse, gli uni, finanche “snobbati” e penso ovviamente a Rubbia e alla Montalcini, quest’ultima che, oggi a cent’anni, ancora lavora sulla ricerca soltanto con contribuit privati e mai con il sostegno pubblico alla ricerca, che praticamente non esiste. Certamente Muti, ha avuto una sorte personale migliore ed è forse anche per questa ragione che parole come le sue pesano e non poco. E ci invatono a riflettere sulla nostre sorti.
“…in Cina, dove sono appena stato per dirigere l’orchestra di Shanghai, stanno puntando molto sulla musica occidentale, preparando i giovani musicisti i quali studiano nei conservatori occidentali e poi tornano in Cina per suonare nelle loro orchestre. I cinesi costruiscono nuove sale da concerto e scommettono culturalmente su quello che noi italiani invece stiamo esaurendo. In Italia abbiamo perso la capacità di sentire il ‘bello’, quel ‘bello’ che per secoli abbiamo dato al mondo e che adesso non sentiamo più”.
[ Riccardo Muti, 09 gennaio 2010 ]
Melody Gardot
Ma è certamente lei, Melody Gardot, la mia scoperta musicale 2009 e questa, forse, la mia canzone preferita.
In realtà è ascesa alla ribalta musicale già dal 2006 ma è dalla pubblicazione su iTunes nel febbraio del 2008 del suo “Worrisome Heart” che si impone, a soli 19 anni, come rivelazione assoluta dell’anno. Sullo stile Jazz Lounge di Norah Jones, in realtà la supera e propone uno stile acustico, easy listening e tremendamente raffinato. Per me che adoro il Jazz e sono sempre in cerca di un nuovo “Blue Note” style, è stato certamente un amore al primo orecchio.
Appena uscito, poi, il suo ultimo disco “My one and only thrill” più bossanova e “a little less Jazz”, potete trovarlo qui.
La sua voce, calda come un raggio di sole che entra tra le persiane chiuse, mi ha meravigliosamente convinto e il primo regalo del 2010 è il suo concreto all’Olympia di Parigi del prossimo 7 aprile, molto più economico di quello che farà a Milano (50 Euro,poltronissima e 30 la platea) potete comunque scegliere e comprare i biglietti del suo tour sul suo sito www.melodygardot.com .
A Fine Frenzy
Ho avuto modo di apprezzare per puro caso, grazie al “genius advices” di iTunes, la particolarissima voce, quasi di tipo irilandese di qualche anno fa, di Alison Sudol leader dei “A Fine Frenzy”. Il disco era ” one cell in the sea”
Lei stessa, sul sito del gruppo www.afinefrenzy.com parla del suo ultimo disco e dice:
“I think some people may be surprised,” says Alison Sudol. “They think that I’m all fragile and ethereal—and that’s lovely, it’s flattering. It’s all I’ve really let anyone see, up to this point. But I have a wild side too. I like to bang on things and cause a ruckus every now and then. I’m a quiet person with a loud streak. I like both. This record is a testament to that.”
Incuriosito, l’ho comprato è devo dire che non sono rimasto deluso affatto come spesso accade con “il secondo” che, quindi, vi consiglio caldamente.
e pure questo natale…
Fermi, basta pensarla. La battuta. Non c’è Natale che non esce fuori, e se ne capisce bene il perchè…mai film azzeccò una sintesi più appropriata di molti dei natali nostrani. Famiglie che si “riuniscono”, antichi dissapori che riafforano, comportamenti spesso di circostanza, finti sorrisi e vere ipocrisie sono spesso gli ingredienti esplosivi di un cocktail micidiale e pericolosissimo. Dice, qualcuno, che noi latini siamo passionali e che da questo dipenda la nostra verve polemica, io dico che semplicemente siamo forse un po idioti. Quindi, concludendo, il miglior augurio è quello di passare, veramente, con serenità questi giorni pensando alle cose più belle e dimenticando quelle che, negli anni, ci hanno fatto incazzare…ne guadagneremo un po tutti. In fondo, è natale e siamo tutti più buoni…vero?!
Marry Christmas from your laconic & ironic!
P.
SALIM
E’ con orgoglio che presento il trailer dell’opera prima, SALIM.
Un cortometraggio prodotto dalla LOTO FILM e diretto da un giovane autore e regista, Tommaso Landucci, scoperto attraverso il costante lavoro di scouting che svolgiamo con la Factotum Art, la “Talent Factory” del Gruppo LOTO; un giovane autore per affrontare un tema complesso e delicato con la semplicità del linguaggio universale del cinema; un giovane per parlare ad un pubblico quanto più vasto possibile perché la tolleranza non può conoscere il confine di una sola nazione; un giovane perchè è soltanto tra i giovani che troveremo la via per il disegno di una società migliore. Il cortometraggio verrà presentato in concorso nei migliori Festival Internazionali e mi auguro che possa emozionare il pubblico così quanto ha emozionato me nel produrlo, nella speranza di poter suscitare un approfondimento pacato e scevro da condizionamenti ideologici su un tema, quello della tolleranza religiosa, che deve continuare ad essere in assoluta evidenza sull’agenda politica mondiale.
(p.s. la visione a tutto schermo è consigliata…)
La fuga da un Paese imploso
Per chi, come il sottoscritto, ha tentato con tutte le proprie forze, la propria intelligenza, passione e dedizione anche pagando amaramente per essere, in fondo, “alieno” a un sistema di cose, ad un ordine costituito, leggere la “lettera al figlio” di Pierluigi Celli pubblicata oggi su “la Repubblica” è stato un colpo al cuore e, al tempo stesso, la lettura di un pensiero ormai largamento condiviso in buona parte della società. Quando un Paese non offre più le opportunità che devono scaturire, ad esempio, da un sistema formativo equo ed eccellente, quando una nazione non ha più come obiettivo prioritario questa “offerta di opportunità”, un’offerta coerente con le indoli di ogni cittadino, di ogni ragazzo, di ogni giovane, allora vuol dire che è diventato un Paese malato e senza anima. Un posto da cui fuggire. Negli anni in cui mi sono occupato di questo, accanto ad un Presidente prima e da manager poi, ho potuto rendermi conto di quanto il vero problema non fosse tanto la scuola o l’Università in sé, quanto l’intero processo del percorso di apprendimento e formazione dell’individuo. Un processo che dovrebbe non solo assicurare le nozioni e i saperi utili al nostro accrescimento culturale prima e di inserimento professionale poi, ma che deve saper diffondere anche il senso dello Stato e della cittadinanza. Ma il valore dello Stato deve sapersi esprimere in ogni banco di scuola, in ogni edificio pubblico. Quando parliamo dello sviluppo di un sistema educativo nel nostro Paese, lo dobbiamo fare con consapevolezza ed umiltà, tenendo la bussola orientata a contenuti, progetti e obiettivi e superando qualsiasi steccato ideologico. La costruzione della “filiera delle opportunità” e quindi la riforma del sistema dell’istruzione e della formazione andrebbe considerata in un’accezione più ampia che comprenda anche il complesso di riforme istituzionali e costituzionali che, su vari fronti, devono interessare il nostro Paese o ancora, il ricambio della classe dirigente, la legalità ed il senso civico, etc. Soltanto allora il valore dello Stato potrà esistere ed essere presente sin dai banchi di scuola. Il vero problema è, quindi, quello di riuscire a ottenere un sistema educativo che non insegua il cambiamento ma, al contrario, lo anticipi. Parole dette al vento, lo so, ripetute mille e mille volte inutilmente in tanti anni. Ma tutto questo dovrebbe servire a garantire e a costruire maggiore capacità, maggiori e migliori saperi, maggiore competitività e certezza nel lavoro e nell’impresa. Un futuro possibile. Lo studente di oggi è il cittadino di domani, un cittadino che esprimerà la propria coscienza civica, le proprie capacità, il proprio lavoro, in relazione al livello qualitativo della scuola che ha avuto e che lo Stato ha saputo garantire lui.
E purtroppo tutto questo non c’è e non ci sarà; assistiamo ormai inermi all’implosione di un Paese che non sa più trovare se stesso e ha perso completamente il senso del valore di una nazione. E i giovani che possono, i più fortunati, scappano alla ricerca di un’opportunità che qui viene sempre negata. Negata da un sistema perverso che difende sempre se stesso ed i prpri interessi di gruppo, di cerchia, di clan. E’ un gran peccato.
“Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio. Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l’idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai. Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza. “. (continua…)
NYC: deputato in metro.

Da Midtown a Ground Zero è un bel pezzo di strada, stretta e lunga Manhattan non ti lascia altra via che la subway, Yellow one, vengo trascinato dal fiume, mi siedo, per un giorno mi sento newyorkese e mi metto a leggere il NYT lasciandomi il “Corriere” e il “Sole” sulle ginocchia. “You italian, sir?”, smaglio un sorriso di circostanza “Yes, of course..” aspettandomi la solita triade spaghetti, mafia e “washin’ hands” (un modo come un altro per dirti che sei un italiano “leccato” ) ma lui insiste e mi dice in un inglese forbito da poco slang e molti master al nord, “May I ask for something I really cannot understand, sir?”, certamente, faccio io, dica pure. Il mio zelante vicino di sedile, ben vestito, camicia bianca BB, cravatta italiana e scarpe inglesi si presenta e mi dice di essere un deputato del congresso e mi fa anche vedere il suo “congress id” e mi dice con orgoglio di avere una cattedra a Princeton ma, confesso, non capisco di cosa ma capisco essere una materia connessa con la politica estera. Io già trattengo lo stupore, neanche con me stesso vorrei fare la parte dell’esterofilo che sputa sul proprio paese quando vede come sono gli altri, però bhé, il fatto è che avevo un deputato che stava prendendo la metropolitana per andare a fare il suo lavoro, incontri elettorali, pranzi, comizi, etc. in piena campagna per l’elezione del sindaco di NY e non potevo non stupirmi! Da noi, un semplice governatore va per trans con l’auto di servizio e non posso non notare la differenza. Pensavo (e tacevo per pudore) queste cose e lui, maledetto, incalza: “sto seguendo con grande interesse il processo evolutivo della democrazia italiana, ormai in atto da oltre 15 anni” – azz, me la prende larga e circostanziata e penso, ora arriva la botta – e lui continua ” è stato meraviglioso come siate riusciti, dopo le vicende di corruzione dei partiti, dopo le stragi della mafia e dopo che un premier è stato costretto a scappare in tunisia, a trovare l’orgoglio e la forza di difendere la vostra democrazia rinnovando radicalmente il vostro sistema di rappresentanza”. Wow, me lo ricordo benissimo quel periodo, che entusiasmo; ripercorro con la mente tutte le tappe e le iniziative in cui io stesso mi davo da fare per cercare di contribuire nel mio piccolo a quello che pensavo dovesse essere un cambiamento epocale, storico. Intanto siamo arrivati, City Hall, proseguiamo la chiacchierata in uno Starbucks non lontano da Wall Street, parliamo della crisi, delle difficoltà dell’americano medio che a NY arriva a pagare anche 3.500 $ per un bilocale, delle banche che non sostengono più né imprese né famiglie, insomma, “mali comuni di un sistema socio economico che ancora non riesce a mettere l’individuo al centro”, mi dice. Ma poi, non si dimentica e continua la sua argomentazione: “ma poi, dico, da noi Murdoch non avrebbe mai potuto diventare Presidente, non senza aver rinunciato a tutto intendo. Ma onestamente, continua, non è soltanto questo, per esempio oggi che abbiamo assistito con grande favore alla nascita di un Partito Democratico, che ha già cambiato il suo leader dopo poco più di un anno e che, semplicemente perché il nuovo leader non è gradito a parte del partito, mezzo partito se ne va via e dall’altra parte, poi.” Dio mio, penso, ma questo oggi perché vuole infierire così, mi sento un po offeso ma non riesco a trovare argomentazioni a difesa, provo a dire che la cultura cattolica è molto forte in italia e che, forse, la parte “uscita” dal partito non ha sentito adeguatamente rappresentati i valori…ma non regge, mi zittisce subito e mi dice “ ma che vuol dire? Un partito è un partito non una chiesa e anche e se prende un orientamento un po diverso dal nostro e lo fa a maggioranza per volontà degli iscritti, uno non può prendere e andare via, addirittura dall’altra parte, poi!” Zitto, rimango zitto. Poi annuisco. Lui, capisce il mio imbarazzo, si scusa e mi dice che però l’Italia è splendida, un clima meraviglioso, si mangia bene e gli italiani sono brava gente. Si va bhé ho capito, rimango scuro in volto, dovrei parlare di troppe cose, come faccio? Non posso, lui mi saluta che deve andare ad incontrare il segretario del partito che era anche lui a NY e lo aspettava per una riunione; Tim Kaine, faccio io, alludendo al segretario Democratico.
No, I’m Repubblican, fa lui! have a nice day…
Bye bye Italia, penso io.
macchina del tempo
Stavolta tocca a me e, finalmente partirò per le mie ferie domani. Mi piace partire quando tutti tornano e quando lì dove vai non c’è la calca di ferragosto. Lo ammetto, sono fortunato perchè posso scegliere. In ogni caso in queste settimane di agosto romano ho mantenuto fede alla mia vecchia abitudine di andare a prendermi un po di sole al Gambrinus di Ostia. Il Gambrinus non è semplicemente “uno stabilimento” ma è una vera e propria macchina del tempo che ci ricorda in ogni momento da dove veniamo e chi siamo. E’ un posto fermo agli anni sessanta, con le sue cabine bianche e azzurre, le sue signore ingioiellate che cercano un po d’ombra sotto il tetto delle loro cabine, i bambini con i secchielli e le nonne con pane e frittata per i nipotini. Non fraintendete, è un buon posto, frequentato da gente normale ma la caratteristica che ne fa un posto unico è che è rimasto immune alle mode. Non c’è musica!!! Niente “happy hour” e niente ombrelloni impagliati con cuscinoni stile hammam ma solo i suoi ombrelloni blu, rigorosamente distanziati per garantire un po di privacy, i suoi lettini, il suo mitico bagnino che grida “regazzì, sta bbono che te fai male…”. In un mondo nel quale l’aperitivo ha sostituito qualunque altra forma di conoscenza, in cui il “come mi vesto stasera” e “dove vado a fare l’alba” sembrano ormai essere le sole motivazioni del vivere, trovare una magica macchina del tempo che ci ricorda chi siamo…non è poco.
Stanco: confessioni di un 42enne sulle donne
Sono stanco delle donne ancora bambine, sono stanco delle donne che ancora odiano il padre perchè non l’ha sposate, sono stanco delle donne in carriera, delle donne-rambo e di quelle col pisello, delle glaciali e impenetrabili, delle “io sono indipendente e non ho bisogno di nulla”, di quelle che fanno l’amore come in un film porno perchè così sono convinte di essere “fiche”, di quelle che hanno bisogno che tu le violenti pe rcapire se ti amano, sono stanco di quelle perizomate, di quelle dalle cento serie per i glutei e dei 500 addominali e sono stanco di quelle che hanno le foto del palestrato tatuato che gioca a beach volley e negano, sono stanco di quelle ipocrite che fingono amore e dedizione e ti fanno i conti in tasca, di quelle che “per me i soldi non contano” ma guai a non coprirle di regali, di quelle che non ti chiamano mai perchè così ti “tengono in tiro”, sono stanco delle donne che non sono fedeli, che hanno mille segreti, due numeri e mille sms da nascondere, sono stanco di quelle che hanno paura di fare un figlio e di quelle che ti amano alla follia e vogliono un figlio da te dopo una settimana, sono stanco delle donne che hanno bisogno “di un periodo”, del loro tempo e del loro spazio e che usano periodo, tempo e spazio per trombare con quello pescato su facebook, sono stanco di quelle che cambiano uomo come cambiano le calze e che sono innamorate di tutti, sono stanco delle donne che lasciano un uomo e dopo una settimana vivono a casa con un altro uomo e dopo un mese ti incontrano e ti dicono “ti amo, sei l’uomo della mia vita” e si meravigliano se conservi qualche dubbio, sono stanco di quelle incapaci di comprendere o di perdonare un comportamento, sono stanco delle donne che “mi dispiace ma non ci riesco” e di quelle che la mattina ti amano e la sera ti lasciano perchè hanno mal di stomaco, sono stanco delle donne che confondono l’innamoramento con l’amore e di quelle che l’amore “è troppo complicato”, sono stanco delle donne che pensano che amare sia “dove andiamo stasera?” e di quelle che hanno paura di parlare, di quelle che “che palle con queste analisi” sono stanco di quelle che ancora si fanno le canne e di quelle che bevono a canna, sono stanco delle donne griffate, sono stanco delle donne impegnate che fanno lo sguardo languido, di quelle che mancano di rispetto a se stesse, sono stanco delle donne ricce che si stirano e di quelle lisce che si ricciano,sono stanco delle bugie, delle ipocrisie, della mancanza di coraggio e dell’incapacità di amare.
Sono stanco di tutto ciò che non è vero.
E pensare che sarebbe tutto così semplice: un uomo, una donna, l’amore, la vita.

