PABLO DOCIMO

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e pure questo natale…

Pubblicato da pablodocimo su Dicembre 25, 2009

Fermi, basta pensarla. La battuta. Non c’è Natale che non esce fuori, e se ne capisce bene il perchè…mai film azzeccò una sintesi più appropriata di molti dei natali nostrani. Famiglie che si “riuniscono”, antichi dissapori che riafforano, comportamenti spesso di circostanza, finti sorrisi e vere ipocrisie sono spesso gli ingredienti esplosivi di un cocktail micidiale e pericolosissimo. Dice, qualcuno, che noi latini siamo passionali e che da questo dipenda la nostra verve polemica, io dico che semplicemente siamo forse un po idioti. Quindi, concludendo, il miglior augurio è quello di passare, veramente, con serenità questi giorni pensando alle cose più belle e dimenticando quelle che, negli anni, ci hanno fatto incazzare…ne guadagniamo un po tutti. In fondo, è natale e siamo tutti più buoni…vero?!
Marry Christmas from your laconic & ironic!
P.

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SALIM

Pubblicato da pablodocimo su Dicembre 16, 2009

E’ con orgoglio che presento il trailer dell’opera prima, SALIM.

Un cortometraggio prodotto dalla LOTO FILM e diretto da un giovane autore e regista, Tommaso Landucci, scoperto attraverso il costante lavoro di scouting che svolgiamo con la Factotum Art, la “Talent Factory” del Gruppo LOTO; un giovane autore per affrontare un tema complesso e delicato con la semplicità del linguaggio universale del cinema; un giovane per parlare ad un pubblico quanto più vasto possibile perché la tolleranza non può conoscere il confine di una sola nazione; un giovane perchè è soltanto tra i giovani che troveremo la via per il disegno di una società migliore. Il cortometraggio verrà presentato in concorso nei migliori Festival Internazionali e mi auguro che possa emozionare il pubblico così quanto ha emozionato me nel produrlo, nella speranza di poter suscitare un approfondimento pacato e scevro da condizionamenti ideologici su un tema, quello della tolleranza religiosa, che deve continuare ad essere in assoluta evidenza sull’agenda politica mondiale.

(p.s. la visione a tutto schermo è consigliata…)

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La fuga da un Paese imploso

Pubblicato da pablodocimo su Novembre 30, 2009

Per chi, come il sottoscritto, ha tentato con tutte le proprie forze, la propria intelligenza, passione e dedizione anche pagando amaramente per essere, in fondo, “alieno” a un sistema di cose, ad un ordine costituito, leggere la “lettera al figlio” di Pierluigi Celli pubblicata oggi su “la Repubblica” è stato un colpo al cuore e, al tempo stesso, la lettura di un pensiero ormai largamento condiviso in buona parte della società. Quando un Paese non offre più le opportunità che devono scaturire, ad esempio, da un sistema formativo equo ed eccellente, quando una nazione non ha più come obiettivo prioritario questa “offerta di opportunità”, un’offerta coerente con le indoli di ogni cittadino, di ogni ragazzo, di ogni giovane, allora vuol dire che è diventato un Paese malato e senza anima. Un posto da cui fuggire. Negli anni in cui mi sono occupato di questo, accanto ad un Presidente prima e da manager poi, ho potuto rendermi conto di quanto il vero problema non fosse tanto la scuola o l’Università in sé, quanto l’intero processo del percorso di apprendimento e formazione dell’individuo. Un processo che dovrebbe non solo assicurare le nozioni e i saperi utili al nostro accrescimento culturale prima e di inserimento professionale poi, ma che deve saper diffondere anche il senso dello Stato e della cittadinanza. Ma il valore dello Stato deve sapersi esprimere in ogni banco di scuola, in ogni edificio pubblico. Quando parliamo dello sviluppo di un sistema educativo nel nostro Paese, lo dobbiamo fare con consapevolezza ed umiltà, tenendo la bussola orientata a contenuti, progetti e obiettivi e superando qualsiasi steccato ideologico. La costruzione della “filiera delle opportunità” e quindi la riforma del sistema dell’istruzione e della formazione andrebbe considerata in un’accezione più ampia che comprenda anche il complesso di riforme istituzionali e costituzionali che, su vari fronti, devono interessare il nostro Paese o ancora, il ricambio della classe dirigente, la legalità ed il senso civico, etc. Soltanto allora il valore dello Stato potrà esistere ed essere presente sin dai banchi di scuola. Il vero problema è, quindi, quello di riuscire a ottenere un sistema educativo che non insegua il cambiamento ma, al contrario, lo anticipi. Parole dette al vento, lo so, ripetute mille e mille volte inutilmente in tanti anni. Ma tutto questo dovrebbe servire a garantire e a costruire maggiore capacità, maggiori e migliori saperi, maggiore competitività e certezza nel lavoro e nell’impresa. Un futuro possibile. Lo studente di oggi è il cittadino di domani, un cittadino che esprimerà la propria coscienza civica, le proprie capacità, il proprio lavoro, in relazione al livello qualitativo della scuola che ha avuto e che lo Stato ha saputo garantire lui.

E purtroppo tutto questo non c’è e non ci sarà; assistiamo ormai inermi all’implosione di un Paese che non sa più trovare se stesso e ha perso completamente il senso del valore di una nazione. E i giovani che possono, i più fortunati, scappano alla ricerca di un’opportunità che qui viene sempre negata. Negata da un sistema perverso che difende sempre se stesso ed i prpri interessi di gruppo, di cerchia, di clan. E’ un gran peccato.

“Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio. Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l’idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai. Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza. “. (continua…)

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NYC: deputato in metro.

Pubblicato da pablodocimo su Novembre 7, 2009

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Da Midtown a Ground Zero è un bel pezzo di strada, stretta e lunga Manhattan non ti lascia altra via che la subway, Yellow one, vengo trascinato dal fiume, mi siedo, per un giorno mi sento newyorkese e mi metto a leggere il NYT lasciandomi il “Corriere” e il “Sole” sulle ginocchia. “You italian, sir?”, smaglio un sorriso di circostanza “Yes, of course..” aspettandomi la solita triade spaghetti, mafia e “washin’ hands” (un modo come un altro per dirti che sei un italiano “leccato” ) ma lui insiste e mi dice in un inglese forbito da poco slang e molti master al nord, “May I ask for something I really cannot understand, sir?”, certamente, faccio io, dica pure. Il mio zelante vicino di sedile, ben vestito, camicia bianca BB, cravatta italiana e scarpe inglesi si presenta e mi dice di essere un deputato del congresso e mi fa anche vedere il suo “congress id” e mi dice con orgoglio di avere una cattedra a Princeton ma, confesso, non capisco di cosa ma capisco essere una materia connessa con la politica estera. Io già trattengo lo stupore, neanche con me stesso vorrei fare la parte dell’esterofilo che sputa sul proprio paese quando vede come sono gli altri, però bhé, il fatto è che avevo un deputato che stava prendendo la metropolitana per andare a fare il suo lavoro, incontri elettorali, pranzi, comizi, etc. in piena campagna per l’elezione del sindaco di NY e non potevo non stupirmi! Da noi, un semplice governatore va per trans con l’auto di servizio e non posso non notare la differenza. Pensavo (e tacevo per pudore) queste cose e lui, maledetto, incalza: “sto seguendo con grande interesse il processo evolutivo della democrazia italiana, ormai in atto da oltre 15 anni” – azz, me la prende larga e circostanziata e penso, ora arriva la botta – e lui continua ” è stato meraviglioso come siate riusciti, dopo le vicende di corruzione dei partiti, dopo le stragi della mafia e dopo che un premier è stato costretto a scappare in tunisia, a trovare l’orgoglio e la forza di difendere la vostra democrazia rinnovando radicalmente il vostro sistema di rappresentanza”. Wow, me lo ricordo benissimo quel periodo, che entusiasmo; ripercorro con la mente tutte le tappe e le iniziative in cui io stesso mi davo da fare per cercare di contribuire nel mio piccolo a quello che pensavo dovesse essere un cambiamento epocale, storico. Intanto siamo arrivati, City Hall, proseguiamo la chiacchierata in uno Starbucks non lontano da Wall Street, parliamo della crisi, delle difficoltà dell’americano medio che a NY arriva a pagare anche 3.500 $ per un bilocale, delle banche che non sostengono più né imprese né famiglie, insomma, “mali comuni di un sistema socio economico che ancora non riesce a mettere l’individuo al centro”, mi dice. Ma poi, non si dimentica e continua la sua argomentazione: “ma poi, dico, da noi Murdoch non avrebbe mai potuto diventare Presidente, non senza aver rinunciato a tutto intendo. Ma onestamente, continua, non è soltanto questo, per esempio oggi che abbiamo assistito con grande favore alla nascita di un Partito Democratico, che ha già cambiato il suo leader dopo poco più di un anno e che, semplicemente perché il nuovo leader non è gradito a parte del partito, mezzo partito se ne va via e dall’altra parte, poi.” Dio mio, penso, ma questo oggi perché vuole infierire così, mi sento un po offeso ma non riesco a trovare argomentazioni a difesa, provo a dire che la cultura cattolica è molto forte in italia e che, forse, la parte “uscita” dal partito non ha sentito adeguatamente rappresentati i valori…ma non regge, mi zittisce subito e mi dice “ ma che vuol dire? Un partito è un partito non una chiesa e anche e se prende un orientamento un po diverso dal nostro e lo fa a maggioranza per volontà degli iscritti, uno non può prendere e andare via, addirittura dall’altra parte, poi!” Zitto, rimango zitto. Poi annuisco. Lui, capisce il mio imbarazzo, si scusa e mi dice che però l’Italia è splendida, un clima meraviglioso, si mangia bene e gli italiani sono brava gente. Si va bhé ho capito, rimango scuro in volto, dovrei parlare di troppe cose, come faccio? Non posso, lui mi saluta che deve andare ad incontrare il segretario del partito che era anche lui a NY e lo aspettava per una riunione; Tim Kaine, faccio io, alludendo al segretario Democratico.
No, I’m Repubblican, fa lui! have a nice day…
Bye bye Italia, penso io.

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macchina del tempo

Pubblicato da pablodocimo su Agosto 20, 2009

IMG_0591Stavolta tocca a me e, finalmente partirò per le mie ferie domani. Mi piace partire quando tutti tornano e quando lì dove vai non c’è la calca di ferragosto. Lo ammetto, sono fortunato perchè posso scegliere. In ogni caso in queste settimane di agosto romano ho mantenuto fede alla mia vecchia abitudine di andare a prendermi un po di sole al Gambrinus di Ostia. Il Gambrinus non è semplicemente “uno stabilimento” ma è una vera e propria macchina del tempo che ci ricorda in ogni momento da dove veniamo e chi siamo. E’ un posto fermo agli anni sessanta, con le sue cabine bianche e azzurre, le sue signore ingioiellate che cercano un po d’ombra sotto il tetto delle loro cabine, i bambini con i secchielli e le nonne con pane e frittata per i nipotini. Non fraintendete, è un buon posto, frequentato da gente normale ma la caratteristica che ne fa un posto unico è che è rimasto immune alle mode. Non c’è musica!!! Niente “happy hour” e niente ombrelloni impagliati con cuscinoni stile hammam ma solo i suoi ombrelloni blu, rigorosamente distanziati per garantire un po di privacy, i suoi lettini, il suo mitico bagnino che grida “regazzì, sta bbono che te fai male…”. In un mondo nel quale l’aperitivo ha sostituito qualunque altra forma di conoscenza, in cui il “come mi vesto stasera” e “dove vado a fare l’alba” sembrano ormai essere le sole motivazioni del vivere, trovare una magica macchina del tempo che ci ricorda chi siamo…non è poco.

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Stanco: confessioni di un 42enne sulle donne

Pubblicato da pablodocimo su Luglio 26, 2009

Sono stanco delle donne ancora bambine, sono stanco delle donne che ancora odiano il padre perchè non l’ha sposate, sono stanco delle donne in carriera, delle donne-rambo e di quelle col pisello, delle glaciali e impenetrabili, delle “io sono indipendente e non ho bisogno di nulla”, di quelle che fanno l’amore come in un film porno perchè così sono convinte di essere “fiche”, di quelle che hanno bisogno che tu le violenti pe rcapire se ti amano, sono stanco di quelle perizomate, di quelle dalle cento serie per i glutei e dei 500 addominali e sono stanco di quelle che hanno le foto del palestrato tatuato che gioca a beach volley e negano, sono stanco di quelle ipocrite che fingono amore e dedizione e ti fanno i conti in tasca, di quelle che “per me i soldi non contano” ma guai a non coprirle di regali, di quelle che non ti chiamano mai perchè così ti “tengono in tiro”, sono stanco delle donne che non sono fedeli, che hanno mille segreti, due numeri e mille sms da nascondere, sono stanco di quelle che hanno paura di fare un figlio e di quelle che ti amano alla follia e vogliono un figlio da te dopo una settimana, sono stanco delle donne che hanno bisogno “di un periodo”, del loro tempo e del loro spazio e che usano periodo, tempo e spazio per trombare con quello pescato su facebook, sono stanco di quelle che cambiano uomo come cambiano le calze e che sono innamorate di tutti, sono stanco delle donne che lasciano un uomo e dopo una settimana vivono a casa con un altro uomo e dopo un mese ti incontrano e ti dicono “ti amo, sei l’uomo della mia vita” e si meravigliano se conservi qualche dubbio, sono stanco di quelle incapaci di comprendere o di perdonare un comportamento, sono stanco delle donne che “mi dispiace ma non ci riesco” e di quelle che la mattina ti amano e la sera ti lasciano perchè hanno mal di stomaco, sono stanco delle donne che confondono l’innamoramento con l’amore e di quelle che l’amore “è troppo complicato”, sono stanco delle donne che pensano che amare sia “dove andiamo stasera?” e di quelle che hanno paura di parlare, di quelle che “che palle con queste analisi” sono stanco di quelle che ancora si fanno le canne e di quelle che bevono a canna, sono stanco delle donne griffate, sono stanco delle donne impegnate che fanno lo sguardo languido, di quelle che mancano di rispetto a se stesse, sono stanco delle donne ricce che si stirano e di quelle lisce che si ricciano,sono stanco delle bugie, delle ipocrisie, della mancanza di coraggio e dell’incapacità di amare.
Sono stanco di tutto ciò che non è vero.
E pensare che sarebbe tutto così semplice: un uomo, una donna, l’amore, la vita.

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La politica ha ancora dato troppo poco al mio Paese

Pubblicato da pablodocimo su Giugno 6, 2009

capilista e franceschini2508_img

Basterebbe guardare questa foto per decidere di non votare Partito Democratico: candidati, messaggi e immagine tutto completamente fuori fuoco e, diciamolo pure, sbagliato. Già perdente. Non mi è mai accaduto prima di soffrire così tanto una decisione di voto, di non essere affatto convinto del consenso da assicurare, del partito cui dare la mia fiducia. Chi mi conosce sa bene che, al contrario, nei miei impegni poilitici, nelle campagne elettorali, nelle notti elettorali e non solo, sono sempre stato tra coloro che hanno convinto deicine, forse centinaia di persone indecise prima di un voto. La politica mi appassiona da sempre, da quando al liceo con i giovani repubblicani tentavo di creare un’alleanza che andasse dal PCI ai verdi, una sorta di “alleanza democratica”, la stessa che prese vita poi nel 1993, all’indomani della campagna elettorale per Rutelli sindaco. Io sono sempre stato in linea, nei comitati elettorali, nei partiti, nello staff di un Premier a parlare, a convinciere, a lavorare alacremente per un Paese migliore, per un partito nuovo, per una visione moderna e alta della politica. I fatti sono sempre stati molto crudeli con il mio modo di vedere la politica, forse, troppo romantica, troppo “sentita”. Ho 42 anni e la politica anima la mia vita ormai da 27 anni ma, onestamente, i sorrisi, le soddisfazioni, i risultati sono stati assai pochi. Il Paese è peggiorato e di molto, la cultura di centro sinistra, cara vecchia socialdemocrazia, praticamente morta, la cultura politca tout court sembra morta. Quando naque il PD (sembra un secolo fa) avevo tante speranze, ci ho creduto come molti. Sognavo un PD che sapesse avviare un processo di cerniera storica tra il vecchio e il nuovo, tra storia passata e futura, tra chi aveva già potuto esprimere le proprie istanze e aveva contribuito al progresso del paese nei trascorsi quaranta anni e chi avrebbe dovuto farlo per il futuro. Speravo in un processo di evoluzione gestito con responsabilità per garantire rapidamente, con determinazione, sostegno e convinzione quella “evoluzione” politica necessaria al Paese. Quello che avrei voluto si potesse concretizzare era la costruzione di un Partito Democratico moderno ed europeo che sapesse esprimere per merito e capacità una classe dirigente nuova che sapesse dare visione, progettualità e concretezza ai valori della socialdemocrazia, della sinistra riformista, in Italia e non solo. Temevo una classe dirigente arroccata sulle proprie posizioni conservatrici ma ho sperato in un Partito Democratico espressione reale del meglio della società, politica e civile, un luogo dove non fossero vecchi o giovani-vecchi funzionari a determinarne il cammino, ma dove quel cammino avesse potuto avere una visione ampia e alta: la Politica, quella dei De Gasperi, dei Berlinguer, dei Moro, dei La Malfa. Ero convinto che questo “nuovo” progetto potesse vedere attivi i protagonisti migliori del nostro Paese, le menti migliori, le intelligenze migliori proprio per poter rappresentare e realizzare al meglio il più grande processo storico della sinistra riformista nel nostro paese. Vedevo un cammino epocale, vitale, storico. Vedevo, speravo e auspicavo tutto questo e molto altro ancora ma ho visto soltanto una classicchia di funzionari di partito o di giovani arrivisti senza qualità e senza cultura, li ho visti disorientati, affannati e, onestamente, per nulla all’altezza dello storico compito che stavano per intraprendere. Di tutto questo sono deluso, stanco e deluso. E per la prima volta nella mia vita non sono sicuro del mio voto e oggi, a 48 ore dal voto, non so ancora se voterò e chi voterò. Non voglio rafforzare con il mio voto una classe dirigente che dovrebbe soltanto andare a casa e, al massimo, andare a fare il consigliere di circoscrizione o l’assessore in un piccolo paese di provincia e non certamente guidare un grande partito verso la guida del paese. Oggi, darei il mio voto alla lista Pannella, dopodomani…ancora non lo so.

Ho dato dato tanta parte della mia vita alla politica ma la politica ha dato veramente troppo poco al mio Paese.

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Silenzio, solidarietà e concretezza

Pubblicato da pablodocimo su Aprile 8, 2009

Sono molto legato a l’abruzzo e alla zona mostrosuamente colpita da questa tragedia. Ha collegato sempre la mia vita, per un verso o per l’altro dal paese di origine della mia ragazza storica alla casa di montagna della mia prima fidanzatina da adolescente, alle cene al “giardino d’abruzzo”, o al lavoro che mi ha visto pendolare quando ero in Telecom direttore della scuola di formazione Reiss Romoli, oggi QG della protezione civile. Fino a pochissimi mesi fa, quando per una nuova idea che era venuta a me e ad un altro paio di amici eravamo andati a parlare e a visitare l’accademia dell’immagine de l’Aquila. Ne approfittai, come spesso ho fatto nella mia vita quando si trattava di abruzzo, per trattenermi qualche giorno in più e scelsi la splendida Villa Dragonetti a Paganica, oggi completamente rasa al suolo. Verso sera, nonostante il freddo, m’incamminavo a l’aquila per un apertitivo con una coppia di amici in piazza del duomo e una cena proprio sotto la basilica di san bernardino in via sassa. Oggi è tutto distrutto, i miei amici fortunatamente sono salvi ma le loro case crollate impietosamente. Quello che colpisce nel dolore di una tragedia così immane è la compostezza e la dignità del popolo abruzzese che tante, troppe volte è stato colpito da drammi profondi, dai terremoti alla guerra. L’importante ora è ricostruire la città e ridare al suo popolo la sua storia e la sua cultura, con solidarietà, concretezza e rispetto. Molto altro non riesco a dire in un momento in cui le emozioni prendono il sopravvento sulle parole. Per questo, credo, il silenzio è il dono migliore che con i fatti si possa fare.

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Un Paese senza scuola è un Paese senza anima

Pubblicato da pablodocimo su Marzo 4, 2009

p4090431aku2Prendo spunto dal dibattito sulla scuola per dire due parole su un argomento a me particolarmente caro. Lo faccio, per aver creduto di cambiare le cose, per aver creduto che fosse possibile farlo in un periodo del mio percorso personale nel quale ebbi la responsabilità di partecipare ad un processo di cambiamento. Lo faccio, perché con grande umiltà, da cittadino, soffro del dramma di una nazione che ormai da decenni vive senza più un’anima. Purtroppo da più parti emerge un approccio troppo strumentale e assai più motivato da una sorta di “rancore ideologico” che porta sempre alla polemica verso il cosiddetto movimento del ’68, come se questo fosse il fulcro del problema ovvero ancora, come se il problema fossero i voti, la disciplina, le uniformi, la matematica. Forse, questi, sono solo parti di un problema. mi chiedo dove sia l’anima, dov’è la visione e l’ambizione storica, dov’è il senso dello Stato? Le risposte che emergono dai vari dibattiti appaiono sempre più scoraggianti.
Negli anni in cui mi sono occupato di questo – e non da politico – ho potuto rendermi conto di quanto il vero problema non fosse tanto la scuola in sé, quanto l’intero processo del percorso di apprendimento e formazione dell’individuo. Un processo che dovrebbe non solo assicurare le nozioni e i saperi utili al nostro accrescimento culturale prima e di inserimento professionale poi, ma che deve saper diffondere anche il senso dello Stato e della cittadinanza.
Ma il valore dello Stato deve sapersi esprimere in ogni banco di scuola, in ogni edificio pubblico.
Quando parliamo dello sviluppo di un sistema educativo nel nostro Paese, lo dobbiamo fare con consapevolezza ed umiltà, tenendo la bussola orientata a contenuti, progetti e obiettivi e superando qualsiasi steccato ideologico. La riforma del sistema dell’istruzione e della formazione andrebbe considerata in un’accezione più ampia che comprenda anche il complesso di riforme istituzionali e costituzionali che, su vari fronti, devono interessare il nostro Paese o ancora, il ricambio della classe dirigente, la legalità ed il senso civico, etc.
Soltanto allora il valore dello Stato potrà esistere ed essere presente sin dai banchi di scuola.
Il vero problema è, quindi, quello di riuscire a ottenere un sistema educativo che non insegua il cambiamento ma, al contrario, lo anticipi.
In realtà nei trenta anni trascorsi abbiamo avuto numerosi tentativi di miglioramento, alcuni sbagliati altri più giusti ma tutti mancavano di ambizione storica e troppo spesso sono stati uno strumento politico, contestuale e senza visione. Ci siamo trovati in una situazione paradossale nella quale le risposte che le Istituzioni hanno saputo dare ai cambiamenti sono state spesso astratte rispetto al cammino che la società aveva intrapreso. Non possiamo, anche qui, prescindere da quello che è accaduto nel nostro Paese negli ultimi venti anni dove, come una maturazione darwiniana o un istinto di sopravvivenza, mentre un’intera classe dirigente politica stava rinnovandosi, cambiandosi e preoccupandosi di rispondere a un cittadino scontento ed esigente, un’intera società civile si stava muovendo nelle scuole, nelle aziende, nelle università, nel mondo della cultura per garantire con il proprio contributo un livello di attenzione e una capacità di cambiamento alti e coerenti con le esigenze di qualificazione della conoscenza in una società in continuo mutamento. Tutto questo dovrebbe servire a garantire e a costruire maggiore capacità, maggiori e migliori saperi, maggiore competitività e certezza nel lavoro e nell’impresa. Lo studente di oggi è il cittadino di domani, un cittadino che esprimerà la propria coscienza civica, le proprie capacità, il proprio lavoro, in relazione al livello qualitativo della scuola che ha avuto e che lo Stato ha saputo garantire lui. Nella scuola, oltre ai grembiuli, le sfide che dobbiamo raccogliere non sono poche e non sono semplici, ma non riuscire a vincerle ci costerebbe un altissimo prezzo. I cittadini devono poter credere nelle possibilità e nelle opportunità di una società che cambia e lo Stato deve investire nella costruzione di tali opportunità. A cominciare dalla Scuola. Dovremmo passare dal considerare la Scuola come semplice atto di trasmissione e acquisizione di nozioni, o peggio uno strumento di sola polemica politica ad un’accezione della Scuola che sappia esprime un’idea, una visione, un’anima. Non c’è visione e non c’è anima nella classe politica di oggi ed il sistema educativo appartiene al Paese e non a questa o quella maggioranza di Governo.

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Dante’s Inferno

Pubblicato da pablodocimo su Febbraio 25, 2009

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(La Repubblica ) FIRENZE – Dante irrompe nell’Inferno in preda alla rabbia. I muscoli tesi, la croce rossa cucita sul petto e per le mani la falce rubata alla morte. Ha superato la soglia dell’aldilà per riprendersi la moglie toltagli con l’inganno. Beatrice, stanca di aspettarlo mentre lui era via a combattere in Terra Santa, si è fatta sedurre da Lucifero che l’ha poi assassinata per rapire la sua anima. Ma non aveva fatto i conti con il sommo poeta. Ed è così che inizia questa storia digitale di passione, violenza e vendetta.  Dante’s Inferno, prodotto da un colosso del calibro della Electronic Arts, è infatti un videogame. Un videogame ambizioso, per non dire azzardato, che vedrà la luce fra un anno. (continua..)

Devo dire che l’idea è carina e mi incuriosice non poco. Mi chiedo se fosse vissuto oggi, Dante cosa avrebbe fatto? Un film, un videogame, un libro, un serial su Fox Tv? Forse, più semplicemente avrebbe taciuto…

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